Siamo già arrivati alla doppia cifra. Il debito dell’INPS mel 2016 ha superato i 10 miliardi di euro schizzando direttamente dai 9,1 miliardi del 2015 a 11,2 miliardi del 2016. A dirlo i risultati del Bilancio di previsione 2016 dell’Istituto di previdenza approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Istituto. Ma il dato allarmante non è soltanto quello del debito. Parallelamente all’inarrestabile crescita del rosso di bilancio anno dopo anno assistiamo all’erosione del patrimonio dell’INPS che nel 2016 è sceso a meno di 1,8 miliardi di euro. E calcolando la velocità con cui cala, il rischio è che si vada sotto zero già nel 2017.
La notizia non giunge nuova. L’INPS è un mostro macina soldi, una società che se non fosse pubblica sarebbe già fallita da anni alla luce dei conti disastrosi che presenta semestre dopo semestre. L’istituto di previdenza italiana, quello che incassa tutti i contributi versati dai lavoratori, ma eroga pensioni a volte da fame, ma anche a doppia cifra, naviga in un rosso sistemico, si trascina da anni con un buco strutturale che pesa sul futuro di lavoratori e pensionati.
L’approvazione del bilancio di previsione 2016 è molto preoccupante, non perchè il rosso dei conti dell’INPS sia una sorpresa, affatto, ma per la velocità inaspettata con cui il debito sale e il patrimonio scende. Il debito sale da 9,1 miliardi del 2015 agli 11,2 miliardi del 2016. Ma nel marzo del 2015 il quadro era ben diverso. Secondo una relazione della commissione economico-finanziaria sulla Verifica tecnico-attuariale per il 2014-2023 il deficit era previsto a 6,8 miliardi nel 2015 (dopo i 12,8 del 2014), a 7 miliardi nel 2018 e a 12 miliardi nel 2023. La relazione, che risale a meno di un anno fa, prevedeva un crollo dei conti INPS molto più lento di quello a cui stiamo assistendo. I 12 miliardi di deficit previsti per il 2023, sono praticamente già realtà.
Il motivo del debito strutturale dell’INPS ormai è una vecchia storia. A pesare sui conti è soprattutto il disavanzo crescente di dipendenti pubblici (ex INPDAP), fondi speciali, dirigenti d’azienda (ex INPDAI), artigiani, coltivatori diretti.
Nel 1995, l’allora premier, Lamberto Dini, creò l’INPDAP (Istituto Nazionale Previdenza Dipendenti Amministrazione Pubblica) con l’obiettivo di fondere in un unico organismo tutte le attività fino ad allora svolte da una serie di enti minori che si occupavano dei contributi, delle pensioni e dei TFR dei dipendenti pubblici. Dini aveva previsto uno stanziamento di 8 miliardi l’anno per pagare i suoi ex dipendenti, ma nella finanziaria del 2008 questi trasferimenti sono stati trasformati in anticipazioni e così il credito dell’INPDAP nei confronti dello Stato è diventato un debito. L’INPDAP è stato soppresso il 6 dicembre 2011 con il Decreto Salva Italia del Governo Monti e le funzioni, ma soprattutto i debiti, sono stati trasferiti all’INPS in una disastrosa acquisizione.
Al deficit della gestione dell’ex-INPDAP e ai debiti nei confronti dello Stato si aggiungono anche le minori entrate che erodono il patrimonio. Il problema è che le entrate continuano ad essere inferiori alle uscite. I lavoratori di oggi, i giovani che passano da un tirocinio ad uno stage ad un lavoro precario non riescono a versare contributi sufficienti a sfamare la voracità della previdenza italiana. Nonostante nel 2016 le entrate dell’INPS siano previste in crescita, aumentano a 218,6 miliardi (+4,6 miliardi delle previsioni 2015), la spesa per pagare le pensioni è risultata pari a 272,1 miliardi di euro.
E l‘INPS si trova in questa situazione drammatica nonostante la cura dimagrante prescritta. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’INPS, approvando il bilancio 2016, è tornato anche sulla questione dei “tagli alle spese di funzionamento” sottolineando, però, come siano “di pregiudizio alla qualità dei servizi erogati”. L’importo dei tagli previsto per il 2016 in un’ottica di spending review delle spese di funzionamento dell’INPS è di circa 694 milioni ed è destinato ad essere aumentato di ulteriori 42 milioni con la prima nota di variazione al bilancio di previsione. In pratica, quindi, i tagli alle spese dell’INPS mettono a repentaglio i servizi erogati dall’istituto, ma non sono in grado di contrastare il rapido deterioramento dei conti.
Tuttavia il CIV non manca di rilevare come non siano “ancora intervenute le soluzioni legislative dallo stesso auspicate per conseguire gli equilibri di bilancio di tutti i Fondi e le Gestioni previdenziali amministrate dall’Inps aventi un trend negativo”. In effetti, lanciato l’allarme sull’azzeramento del patrimonio dell’INPS nel 2017 bisognerebbe che la politica si svegliasse e trovasse un modo per tappare il buco. Altro che i 600 milioni stanziati per i poveri e le polemiche sulle pensioni di reversibilità, qui si parla dell’ente che eroga tutte le prestazioni previdenziali in Italia che ha oltre 11 miliardi di deficit e un patrimonio completamente azzerato.
Se non si affronta il problema il rischio è che a breve non ci siano più pensioni di reversibilità su cui discutere. Ma come si risolve il problema? Questa è la vera domanda. È chiaro che la spending review sui costi di funzionamento non può essere la soluzione: si parla di 700 milioni di risparmi (che certamente non risolvono il problema) e già dall’INPS lanciano l’allarme sul funzionamento dei servizi.
Le strade a questo punto sono due: o si aumentano i trasferimenti dallo Stato all’INPS per aiutarlo a stare a galla oppure si tagliano le prestazioni. Nel primo caso, la soluzione si traduce con maggiori tasse per i cittadini dal momento che lo spazio fiscale di manovra del governo è ridotto all’osso e anzi, se dall’Europa non ci concedono tutta la flessibilità richiesta sarà necessaria una manovra correttiva sui conti pubblici.
Nel secondo caso, ahimè, i tagli rischiano di ricadere comunque sui cittadini. Tornerebbe in voga la richiesta di tagliare pensioni d’oro, baby pensioni e indennità parlamentari, che ogni volta, però, va a scontrarsi sul muro della Consulta che non permettere di toccare i famosi diritti acquisiti. Ma con qualche escamotage il governo potrebbe intervenire sulle altre prestazioni erogate dall’INPS che non rappresentano un diritto acquisito, come le indennità di malattia o maternità o sulle prestazioni future, come per esempio le pensioni di reversibilità.
In ogni caso il rischio è che la cattiva gestione dell’INPS e la voracità dell’ex INPDAP vadano a ricadere sulle spalle dei cittadini nella speranza che quando sarà il momento, anche i lavoratori d’oggi, potranno contare ogni mese sulla pensione.
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